|
Francesco Maria de’ Medici, Principe Protettore della Compagnia di San Galgano (CdSG 2/11) |
|
|
|
|
Written by Alessio Tommasi Baldi
|
|
Thursday, 18 August 2011 18:03 |
|
Share There are no translations available.
la sua visita all’eremo di Montesiepi ed all’abbazia di San Galgano
e gli scavi per il recupero delle reliquie del santo
Nel 1682 il Priore dell’Inclito ed Insigne Collegio di San Galgano di Chiusdino, il nobile Giulio Vincenzo Biagini propose ai confratelli l’elezione di un Protettore, nella persona del Principe Francesco Maria de’ Medici, ventiduenne fratello del Gran Duca Cosimo III di Toscana, e, secondo il destino dei cadetti delle grandi famigli aristocratiche, avviato alla carriera ecclesiastica ed all’epoca Abate Commendatario di San Galgano.
Ottenuto il consenso dei confratelli, il Biagini immediatamente scrisse al senatore fiorentino Ugo della Stufa Maggiordomo Maggiore del Principe, pregandolo di farsi latore della supplica.
La risposta non tardò ad arrivare: il 25 aprile 1682, Ugo della Stufa scrisse infatti al Biagini: “Signor mio non hò mancato per servire a Vostra Signoria et a tutto al Devoto Collegio del Glorioso San Galgano di rappresentare al Serenissimo Signor Principe Francesco Maria mio Signore il desiderio che havevano di esser ammessi sotto il suo Patrocinio e sotto la sua benigna Protezione”. Allegata alla lettera del della Stufa era la risposta del Marchese Alessandro de’ Cerchi, segretario del Principe, il quale comunicava che “il Serenissimo Signor Principe Francesco Maria” “godendo che la Venerazione di San Galgano di cui ella parimente molto devoto, si vada augumentando in coteste parti, e che possa prendere anche fomento, come le Signorie vostre Si credono dal dichiararsi l’Altezza Sua Protettore del loro Collegio e della nuova Congregazione de Settantadue, che han pensato di erigere nella loro Chiesa di sotto; molto volentieri doppo haver lodato assai la lor pietà si è risoluta di accogliere l’una e l’altra sotto la sua benigna e stimabil Protettione”.
Il 24 maggio successivo il priore Biagini comunicò la notizia ai confratelli che l’accolsero con entusiasmo; dell’evento esiste una breve cronaca: “si cantò il Te Deum a suono di campana, sparo di mortaretti e moschettate e suono di tamburi: La sera, a mezz’hora di notte si replicò il suono di nostra campana, tamburi, sparo di mortaretti e moschettate in assai maggior numero, e si accesero i fuochi”.
Un anno dopo gli ufficiali della Compagnia e molti dei confratelli, ebbero presto il modo di poter avvicinare il Principe Francesco Maria, durante una sua breve visita all’abbazia: si legge infatti nel primo dei Libri di Ricordanze dell’abbazia vollombrosana di San Martino di Chiusdino, i cui monaci curavano anche l’abbazia di San Galgano, che “Il Serenissimo Prencipe Francesco Maria Medeci il dì 3. Aprile 1683. venendo à stare a Siena, volse (cioè “volle”) in detto giorno visitare Suo Galgano sua Badia, e per lettera speciale del fattore di frosini fu scritto al Predetto Abate Petronio [si tratta di Don Petronio Paceschi] come Cappellano di detta Chiesa fosse e si trasferisse a San Galgano dove Sua Altezza sarebbe stata nel mezzogiorno”.
Il Principe tuttavia non fu puntuale, perché “volse desinare a frosini”, ma quando arrivò all’Abbazia trovò ugualmente ad attenderlo l’Abate Petronio Paceschi, e tanti chiusdinesi che poterono così conoscere “l’amore, carità, et affabilità straordinaria” del Principe.
La scelta del Principe Francesco Maria de’ Medici quale protettore della Compagnia di San Galgano di Chiusdino ebbe alcune felici conseguenze.
Innanzitutto si può presumere che fu a causa della concessione del protettorato alla Compagnia da parte del Principe Medici, che i confratelli siano stati autorizzati a timbrare lo stemma del sodalizio (La spada infissa nella roccia) con la corona granducale di Toscana, cioè a porre l’immagine della corona sull’orlo superiore dello stemma. La corona granducale di Toscana si distingueva da quelle degli altri sovrani perché aveva al suo centro, fra le tradizionali punte, il giglio fiorentino, essa si può vedere nei frontespizi dei tre volumi della Selva di San Galgano dell’Archivio di Stato di Firenze, dove è appunto disegnato lo stemma della Compagnia timbrato di questo particolare ornamento.
Nel 1686 il Principe Francesco Maria fu creato Cardinale di Santa Romana Chiesa, benché non fosse neppure sacerdote, ma continuò a conservare il titolo di Abate Commendatario di San Galgano ed il protettorato della nostra Compagnia.
Nel 1694 comandò che si ricercasse il corpo di San Galgano: come molti altri della famiglia Medici, anche Francesco Maria fu un incettatore di reliquie e dagli inventari della cappella di Palazzo Pitti risulta come alla fine del Seicento il numero di reliquie ed oggetti sacri custoditi negli armadi di essa si aggirasse intorno ad un migliaio di pezzi.
Di questa ricerca la Selva di San Galgano, un repertorio di documenti relativi alla nostra Compagnia, custodito nell’Archivio di Stato di Firenze, ci ha tramandato una dettagliata memoria.
Fra il 22 ed il 26 luglio 1694, dunque, l’allora Priore della nostra Compagnia, Nobile Giulio Vincenzo Biagini, ed alcuni confratelli (Girolamo Burroni, Giovanni Pietro Marianelli, Giuseppe Girolamo Bartali, Giovanni Alessandro Politi, Galgano Maria Angelico Biagini, figlio di Giulio Vincenzo, Giorgio Vannoni e Dionisio Masserizzi), il Nobile Giovanni Domenico Ciampolini, agente del Cardinale, e i due figli di lui, Giovanni Battista e Filippo, con l’assistenza del padre guardiano residente nell’Abbazia di San Galgano, eseguirono una serie di scavi nella rotonda di Montesiepi e nella chiesa dell’Abbazia, nel tentativo di recuperare l’ambita reliquia.
Essi dunque scavarono “una buca dietro l’altare maggiore della Chiesa grande della Valle Sepiana”, cioè della chiesa abbaziale, trovando però solamente “il pavimento antico”; quindi aprirono “la mensa dell’altare suddetto e si trovò vacua”; scavarono nel presbiterio e nella sacrestia della chiesa abbaziale senza risultato.
Nell’eremo di Montesiepi, disfecero “l’altare di marmo sopra la spada”: l’altare, quindi, non si trovava dove si trova attualmente, bensì al centro della cappella, e nel suo corpo, sotto la mensa, custodiva la spada.
Demolendo l’altare trovarono che “la pietra d’avanti, in cornu epistole, era alquanto incavata nella parte superiore, e coperto l’incavo con pietra sanata, quale levata si trovò in mezzo alla concavità di mezzo braccio profondo, e braccio larga e mezzo braccio larga, un vaso di terra invetriata di colore tabaccato, dentrovi, più e diverse reliquie, un sasso, certa terra, et un vasetto di christallo con altre reliquie”.
“Disfatto tutto l’Altare di pietre diverse si arrivo alla planitie della spada […] e nel medesimo tempo si roppe un vaso di christallo turchino assai grosso […] dentro di esso vi trovarono alquanti capelli, quali da tutti furono conosciuti di San Galgano, essendo del medesimo modo e colore di quelli della sua Sacra Testa, vi si trovò un pezzo di costa, un osso che congiunge la spalla con il collo e tre ossi di diti”. Niente tuttavia lasciava supporre che fossero parte delle ossa del Santo ed anzi, quanto piuttosto con le reliquie dei Santi Fabiano, Stefano e Sebastiano, quelle cioè che San Galgano stesso aveva ricevuto in dono da Papa Alessandro III nel 1181, durante il suo pellegrinaggio ai piedi del grande Pontefice.
Scavarono il pavimento “contiguo alla sacrestia”, “nell’entrar di esso, a sinistra”, trovando “una fossa profonda cinta di muro a mattone ripiena di terra con ossa humane”, ma constatarono trattarsi dell’antico ossario dei monaci cistercensi.
La spada fu trovata spezzata in tre pezzi, di cui la punta ancora piantata nella pietra. È questo un particolare importantissimo, perché testimonia la verità di un antico episodio avvenuto quando Galgano era ancora in vita: recatosi il Santo, come poco innanzi detto, a far visita al Papa, un gruppo di persone invidiose era salito a Montesiepi coll’intento di fargli del male. Non trovandolo, ne distrussero la capanna e spezzarono la spada in tre parti, andando tuttavia incontro alla punizione divina: di essi, uno fu colpito da un fulmine, uno annegò nel vicino Reghineto, il terzo fu assalito da un lupo ed ebbe gli avambracci staccati di netto dai morsi della bestia, quelli stessi che sono conservati a Montesiepi.
Fu nell’occasione degli scavi commissionati dal Cardinale de’ Medici che fu deliberato “supposto il consenso di Sua Altezza Reverendissima”, cioè il Cardinale stesso, di “ritornare l’Altare nel luogo antico [più o meno dov’è attualmente, quindi arretrato rispetto alla spada] e unire li due pezzi della spada, e poi collegarla con la punta, e lasciare, che vi si goda la spada nel suo vero macigno, e circondarla con decente, e salvante, balaustra”, quindi facendo assumere alla cappella l’aspetto che ha ancora.
A parte questo, le loro ricerche rimasero infruttuose.
Nel 1709 il Cardinale de’ Medici fu dal fratello Gran Duca Cosimo III, costretto a lasciare la veste cardinalizia e a sposarsi per tentare di assicurare la successione della propria famiglia sul trono granducale di Toscana: Cosimo infatti, aveva avuto tre figli, i Principi Ferdinando, Anna Maria Luisa e Gian Gastone, ma nessuno dei tre aveva avuto figli e la dinastia Medici stava estinguendosi. Per questo motivo, il 19 giugno 1709 Francesco Maria rinunciò al cardinalato e il 14 luglio successivo impalmò la Principessa Eleonora Gonzaga; fu un matrimonio male assortito e destinato a rimanere sterile: Francesco Maria non solo aveva venticinque anni di più della moglie, ma si era fatto enormemente obeso e la sua salute era in evidente declino sì che la giovane sposa non nascose la sua ripugnanza e malvolentieri accondiscese all’amplesso. Tanto se ne accorò Francesco Maria che in breve, tristemente, si spense il 3 febbraio 1711, poco più che cinquantenne.
Andrea Conti |
|
Last Updated on Thursday, 18 August 2011 18:22 |
|
Dichiarazione Anticipata di Trattamento: ovvero un progetto di legge per l’eutanasia! (CdSG 2/11) |
|
|
|
|
Written by Alessio Tommasi Baldi
|
|
Thursday, 18 August 2011 18:01 |
|
Share There are no translations available.
Ormai, cari lettori, siamo molto vicini all’approvazione definitiva della famosa legge sulle DAT e, come avrete certo notato, se ne parla molto poco. Forse perché il trasversale ed ampio consenso politico non corrisponde alle esigenze ed alle reali aspettative dei cittadini ma solo a quelle di una piccola ma potente lobby d’opinione che fonda la propria visione del mondo e della società su filosofie distorte ed antiumane. Tuttavia, il “carisma” che questa lobby esprime in termini culturali, politici ed economici rende questa legge un valido strumento per i nostri parlamentari per accreditarsi alla sua benevolenza (o almeno alla non belligeranza).
Dunque, per evitare che vi sia uno scontro aperto nell’op-inione pubblica con la conseguenza di rendere evidenti errori e contraddizioni della legge in approvazione, come anche la deriva pro-morte che si intende dare alla società odierna sgretolando ancora di più il senso comune di famiglia, di rispetto all’anziano ed al malato, di valore educativo della sofferenza per la comprensione del vero amore verso l’altro, risulta assai più utile non dare risalto alla cosa fino alla sua approvazione.
Il prof. Giuseppe Zeppegno, docente di teologia morale alla Facoltà Teologica di Torino, scrive: “nascita, vita e morte non hanno un valore in sé, ma sono affidati all’apparente potere dell’uomo di essere arbitro indiscusso della vita. Questo modo di pensare […] è suffragato da un’esasperata concettualizzazione del principio d’autonomia. Molti ritengono che le persone devono poter autoprogettarsi e agire completamente svincolati […] da ogni idea universale di bene. Sembra invece assurdo credere che la massima espressione della moralità possa coincidere con la distruzione dell’agente morale. È altrettanto deleteria la diffusa utilitaristica convinzione che il soggetto, mortificato dalla disabilità e limitato nelle sue capacità, sia un peso inutile per la società. Una società incapace di vera solidarietà è destinata infatti a decadere sempre più in un nichilismo esasperato e distruttivo. Invece, un’assistenza sanitaria capace di interagire con le famiglie per accompagnare adeguatamente chi è in difficoltà, contribuisce alla realizzazione di un mondo più vivibile perché più ricco di umanità e di fiducia nell’altro e nelle sue capacità di sostegno.” E ancora: “Ci si accontenta della “prassiologia”, di un pensiero debole e senza fondamento. Le scelte operate non sono argomentate con la graduale e faticosa ricerca della realtà e dalla verifica del principio di non contraddizione, ma sono autogiustificate […].”
La cosiddetta cultura pro-choise in realtà è una cultura della morte e della distruzione delle basi filosofiche che hanno sostenuto lo sviluppo della civiltà fino ad oggi. Tali basi, elaborate nel tempo con approfonditi studi, attraverso l’uso della ragione e mantenendo fermo il principio di non contraddizione formulato da Aristotele, hanno consentito la scoperta e la dimostrazione logica (tutt’oggi mai smentita) di quel “diritto naturale” che garantisce la vera libertà ed il rispetto della persona umana difendendola dalla legge del più forte.
Ma una legge sul testamento biologico occorre veramente? Ebbene, se occorre è solo a causa del largo uso in Italia di “sentenze creative”, conseguenza dell’incapacità di una politica debole nel riportare sui binari costituzionali i ruoli legislativo, che emana le leggi in nome del popolo sovrano, e giudiziario, che ne garantisce l’applicazione uguale per tutti.
Mi spiego meglio: c’è necessità di impedire l’eutanasia con nuove leggi? La risposta è NO!
Il nostro codice penale già vieta senza alcuna eccezione questa possibilità ascrivendola al reato di concorso in omicidio. È la recente assoluzione del medico anestesista che ha provocato la morte di Welby “perché non punibile in ragione della sussistenza dell’esi-mente dell’adempimento di un dovere” che fa ritenere necessaria una legge più chiara. In realtà sarebbe più corretto sancire che il giudice che ha emesso quella sentenza ha tradito la legge, interpretandola e piegandola alla sua personale opinione definendo l’atto di Welby un NON SUICIDIO perché egli “consapevole della immediata prossimità ed inevitabilità della propria morte decideva i tempi e le modalità del suo trapasso in modo da consentire che il distacco dai suoi cari avvenga nel modo più sereno, più partecipato, più vicendevolmente compassionevole”. Subito dopo, il giudice, riconosce che tali riflessioni appartengono alla sfera morale e non a quella giuridica, tuttavia si comprende facilmente come questa sua personale opinione abbia indirizzato la sentenza che dichiara, in termini giuridici, che non può essere considerata suicidio “la condotta di colui che rifiuta una terapia salvavita [perché] costituisce l’esercizio di un diritto soggettivo” costituzionalmente riconosciuto. In realtà, Welby veniva solo aiutato a respirare e gli veniva somministrata acqua e cibo. Dunque il giudice ha deciso che acqua, aria e cibo sono “terapie”, il ché non è! Quindi la sentenza non può essere considerata valida.
Si obietta che si debbano impedire altri casi Englaro. Neanche questa è una valida obiezione. Infatti la nostra Costituzione impone la cura del paziente e la legge attuale non contempla tra le “terapie” alimentazione, idratazione e respirazione. Tuttavia la Cassazione ha respinto il ricorso “il consenso informato stabilisce norma di legittimazione del trattamento sanitario (altrimenti illecito)”. Ricordando che Eluana non ha mai potuto esprimere il proprio “consenso informato” data la sua condizione e che, in ogni caso, non era sottoposta a terapia ma veniva unicamente alimentata ed idratata, la Cassazione avrebbe dovuto annullare la precedente sentenza ed impedire che questo atto venisse compiuto.
Anche la presunta necessità di impedire l’accanimento e la sproporzionalità delle cure è del tutto ingiustificato. In Italia la Costituzione e le leggi attuali e la deontologia medica lo impediscono già. Ricordate il caso della donna che rifiutò l’amputazione del piede nel Gennaio 2004? Lei sapeva che sarebbe morta, ma nessuno poté costringerla all’amputazione. Morì neanche un mese dopo.
L’obiezione più rilevante dei detrattori della legge è che se io ho il diritto di non firmare nessuna dichiarazione, non posso negare ad altri il farlo. Sembra logico, ma non dimentichiamo che firmandola io impongo la mia visione a terzi e quella mia firma ha un impatto devastante su molte persone: i miei amici, i miei familiari, il mio medico, i medici che mi cureranno nel momento cruciale. Questo è un pretesto mosso da una concezione nichilista ed hegeliana che produce l’effetto di rendere carta straccia i loro diritti.
Altra obiezione: impedire le numerose cause a fini eutanasici. In Italia, per quanto è dato sapere, sono state due fino ad oggi: il caso Englaro ed il caso Welby. Sì, avete capito benissimo, SOLO DUE! Dunque di cosa parliamo?
A chi è convinto che sia opportuno arrivare al più presto a una definizione parlamentare per evitare che sulla questione, in assenza di nuove indicazioni giuridiche, singoli giudici consolidino con i loro pronunciamenti pericolose derive eutanasiche, va ricordato che se è vero che la creatività, a volte ideologica, di alcuni collegi giudicanti sta sempre più occupando il ruolo del Parlamento, ciò accade perché troppo spesso tale ruolo è lasciato scoperto per debolezza e per incapacità a produrre leggi chiare che non necessitino di interpretazione con una logica un po’ “cerchiobottista” utile più a conservare la poltrona che a dare un segno distintivo della propria azione di governo. Fin tanto che il Parlamento e gli organi dello Stato non riprenderanno l’autorevolezza necessaria non ci sarà norma o legge che tenga!
Come si è visto, infatti, non è vietando l’eutanasia o richiamando le norme del codice penale sull’omicidio che si impedisce la soppressione di innocenti; e nemmeno affermare l’indisponibilità della vita.
Basta citare su tutti l’articolo 1 della legge 194/78 sull’aborto: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza […] non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali […] promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: fino al 1977 si stimano in 100 aborti clandestini l’anno con 25-30 donne decedute durante la procedura. Dopo la 194 vi è una media di 160.000 aborti l’anno con punte fino a 234.000. Pensate che la seconda Guerra Mondiale ha fatto circa 400.000 vittime italiane, l’aborto in Italia dal ’78 ad oggi ne ha causate 4 milioni e non accenna a diminuire.
Venendo al merito del disegno di legge, il dibattito sollevato dalle voci dissonanti dal coro unanime, tuttavia, qualcosa di buono lo ha prodotto con una serie di modifiche introdotte alla Camera (che ha approvato il testo il 12 Luglio scorso). Intendiamoci, sono piccole cose, che tuttavia hanno la loro importanza e meritano, almeno per onestà, di essere citate. Ad esempio si è chiarito il “quando” si attivino le DAT, ovvero nel momento in cui si è in stato di “incapacità permanente”, ed il “come” si identifichi questa qualità, ovvero in “accertata assenza di attivita` cerebrale integrativa cortico-sottocortica-le” . Così come si escludono intenti o dichiarazioni non conformi ai modi previsti dalla legge per la ricostruzione della volontà del soggetto. Non si può ignorare che un chiarimento è sempre utile per evitare abusi e da un lato il cosiddetto “stato vegetativo” (termine assai generico e soggettivo) viene chiaramente definito, dall’altro dichiarazioni (o presunte dichiarazioni) verbali verranno ignorate (o almeno questo dice la legge).
La versione licenziata alla Camera ha reso le DAT documenti non vincolanti riducendole ad “orientamenti” e hanno assegnato loro un’efficacia solo in casi estremi. Ma quest’ultima modifica fa risultare le DAT ancora più inutili dato che, già oggi, qualunque medico tiene conto dei desideri del paziente prima che egli cada in stato di incoscienza.
Messa così, potrebbe essere obiettato che se la legge è inutile, allora perché si è contrari ad essa? A parte il fatto che la domanda potrebbe e dovrebbe essere anche girata al contrario, ovvero se è inutile perché farla? Ma il testo produce comunque effetti pericolosi e apre quel foro nella diga che, per quanto piccolo lo si voglia definire, produrrà prima o dopo il crollo della stessa esattamente come è accaduto per la 194 sull’aborto e per la legge 40 sulla fecondazione assistita.
Uno di questi fori (neanche tanto piccolo, a dire il vero) è la possibilità di “rinunciare ad ogni forma di trattamento terapeutico” ritenuto “di carattere sproporzionato”.
Ora, tale definizione è palesemente soggettiva e dunque si presta ad innumerevoli interpretazioni e varianti (il ché, tra l’altro, continua a darci leggi diseguali per tutti). E’ anche molto probabile che questa rinuncia sarà, passo dopo passo, considerata vincolante per i medici, i quali non potranno attivare terapie salvavita. E se non saranno loro saranno i giudici a dare questa interpretazione.
Non ci credete? Torniamo alla 194. L’articolo 2 assegna un ruolo ai consultori, il comma d) recita: contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza. E l’articolo prosegue con: I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi […] della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita. Su queste basi Roberto Cota, Governatore del Piemonte, aveva introdotto la possibilità per le associazioni antiabortiste, di entrare nei consultori.
Scattato immediatamente il ricorso delle femministe al T.A.R. del Piemonte, nonostante quanto scritto nella legge, il TAR accoglie il ricorso ed annulla il provvedimento, evidenziando il potenziale discriminante del provvedimento regionale verso le altre associazioni e ha colto ulteriori elementi di incompatibilità o inadeguatezza quali la preferenza per la vita piuttosto che per la scelta. Confermando quel che molti si ostinano a non vedere, purtroppo anche tra i cattolici: la legge sul-l’aborto è PRO ABORTO e non contro di esso, cosi come lo sarà quella sul testamento biologico. Il testo approvato alla Camera, dunque, non solo fallisce l’obiettivo primario di impedire la morte di un’altra Eluana Englaro, ma al contrario avrà l’effetto di riempire i Tribunali di cause dirette a forzarne i limiti a sostegno di interpretazioni in senso eutanasico.
Ora, come spiega l’avvocato Giuseppe Tarditi, del Foro di Monza, “il Diritto è considerabile una vera e propria Scienza. L’ordinamento giuridico è infatti un Sistema completo che, proprio perché il diritto si deve adattare alla vita dell’Uomo, nella sua varietà di atti e situazioni, deve avere in sé la potenzialità di risolvere tutti i casi. Al contrario alcuni autori hanno avanzato da tempo la “teoria delle lacune”, ovvero dei casi che il diritto non prevede espressamente e che, dunque, non troverebbero risoluzione all’interno del sistema. Questo approccio porta alla conseguente formulazione della necessità di un’opera di supplenza, realizzata dall’interprete, attraverso una forma d’interpretazione, detta appunto “creativa” (creata dall’interprete e creante nuova norma), per ovviare alla lacuna. In realtà il problema delle lacune […] è un falso problema, se non addirittura artificioso, per giustificare l’invasione nel campo del legislatore. L’interpretazione per definizione non può essere creativa, e tantomeno […] espressione di un atto di volontà dell’interprete. Gli operatori di Diritto, in primis il giudice, devono cercare […] la risoluzione del caso all’interno del sistema, non nella loro volontà. L’operatore di Diritto deve perciò operare sempre come se il Diritto fosse oggettivo, indipendentemente dall’esistenza del Diritto Oggettivo stesso. Deve interpretare la norma "secondo scienza e coscienza". La coscienza è proprio l’accettazione della norma interna per cui il Diritto è oggettivo e quindi gli operatori del diritto […] devono cercare la risoluzione […] applicando criteri logico-scientifici e non personali. La sentenza è giusta quando qualsiasi altro giudice avrebbe dato la stessa sentenza di fronte allo stesso caso. Spesso i Giudici, invece, spinti da delirio di onnipotenza, fomentato anche dall’espressione “in nome del popolo italiano” con cui aprono le sentenze, sostitu-iscono invece la loro volontà ed i propri valori […] a quelli dell’ordinamento giuridico, nell’interpretazione del Diritto. Forse bisognerebbe sostituire l’espressione “in nome del popolo italiano”che potrebbe far pensare ad un’investitura politica, che il giudice non ha, con quella ”in nome del Diritto o dello Stato”. Oggi, pare che sempre più magistrati, spinti o autogiustificati dal relativismo imperante, tendano a sostituire la propria soggettività all’oggettività del sistema giuridico, compiendo operazioni di interpretazione “creativa”. Così facendo alla lunga rischiano di distruggere la civiltà del diritto, figlia della civiltà romana, la cui lingua non a caso era il latino, sistema linguistico ispirato al rigore logico e scientifico.”
Vi è un solo modo per smontare l’interpretazione creativa: il riappropriarsi, da parte del Parlamento, di quell’autorevolezza e quella trasparenza che sola può ribilanciare i poteri dello Stato riportandoli all’origine della nostra Costituzione e dei fondamenti del diritto greco-romano.
Quanto detto sopra è una congettura? No, cari lettori, basta osservare quanto accade in Belgio, dove la legge è in vigore dal 2002, e dal 2005 si può acquistare il “kit per morire” in farmacia e si può accedere all’eutanasia programmata! Non si tratta di questioni religiose o confessionali, ma di “legge naturale”! Di un’etica universale che tutela l’uomo e che, sola, è garanzia per ciascun individuo di libertà e rispetto della sua dignità di persona difendendolo da ogni manipolazione ideologica e da ogni sopruso perpetrato in base alla legge del più forte (Benedetto XVI). Su quali infatti, infatti, esiste un ampio consenso sulla lotta per l’abolizione della pena di morte? Scientifiche? Religiose? Semplicemente: umane, naturali!
Alessio Tommasi Baldi |
|
Last Updated on Thursday, 18 August 2011 18:22 |
|
|
29 giugno 2011, sessantesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale del Santo Padre (CdSG 2/11) |
|
|
|
|
Written by Alessio Tommasi Baldi
|
|
Thursday, 18 August 2011 18:00 |
|
Share There are no translations available.
 Per la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, lo scorso 29 giugno, il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato i suoi sessanta anni di sacerdozio: Joseph Alois Ratzinger ricevette infatti l’ordinazione sacerdotale all’età di ventiquattro anni, il 29 giugno 1951, nella Fraunkirche, o Cattedrale di Nostra Signora, di Monaco di Baviera, per la preghiera e l’imposizione delle mani di Sua Eminenza il Cardinale Michael von Faulhaber, Arcivescovo di Monaco e Frisinga.
In occasione di questa lieta ricorrenza, il nostro Priore, Professor Andrea Conti, a nome dei Confratelli e delle Consorelle, rinnovando ai piedi dell’Augusto Vicario di Cristo, i comuni sentimenti di piena obbedienza ed invocando la benedizione del padre amorevole della Cristianità su di ciascuno di noi e sulle nostre famiglie, ha fatto giungere al Sommo Pontefice gli auguri della nostra Inclita ed Insigne Compagnia, assicurando la nostra corale ed individuale preghiera affinché, per l’intercessione dei nostri Santi Patroni, la Madonna delle Grazie e San Galgano, cavaliere ed eremita, Iddio benedetto si degni di conservare ancora per molti anni il supremo Pastore nella illuminata e benefica guida del gregge che la Divina Provvidenza gli ha affidato.
Pubblichiamo qui la risposta da parte delle Segreteria di Stato di Sua Santità.
Frater

|
|
Last Updated on Thursday, 15 September 2011 17:27 |
|
Lunedì dell’Angelo 2011 il pellegrinaggio all’eremo di Montesiepi (CdSG 2/11) |
|
|
|
|
Written by Alessio Tommasi Baldi
|
|
Thursday, 18 August 2011 17:59 |
|
Share There are no translations available.
Sono le 8 di lunedì mattina, Lunedì dell’Angelo: il suono delle campane, prima le due più grandi, san Michele e san Martino, poi la terza, San Galgano, dice che nell’oratorio della Compagnia di San Galgano si stanno per cantare le lodi, il rito che segna l’inizio del pellegrinaggio annuale che i chiusdinesi compiono da tempo immemorabile all’eremo di San Galgano a Montesiepi. Immemorabile davvero, se già alla fine del Seicento un aristocratico chiusdinese, Giulio Vincenzo Biagini, scriveva che questa processione “passa la ricordanza di tutti quelli, anche più vecchi, che di presente sono venenti, mà dalli più vecchi, che si sono conosciuti si hà per antica tradizione che loro l’hanno sempre veduta fare, e sentito anch’essi dire alli loro Antenati, che sempre si è fatta”. Non c’è forse una grande bellezza nel fatto che ancora oggi sia ripetuto questo itinerario come hanno fatto i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri antenati, in tanti, tanti secoli?
Il priore ed il cancelliere, nelle loro cocolle azzurre, incedono fin sul presbiterio ed iniziano il canto “O Dio vieni a salvarmi”, “Signore vieni presto in mio aiuto” … qua e là qualche incertezza nell’azzeccare il ritmo giusto, qualche stonatura, ma che importa?
Dopo che si è pregato, via! Si parte!
La piccola processione (Quanti siamo?, venti?, trenta? Uomini, donne, qualche bambino) scende dall’alto del paese, attraversa piazza Garibaldi e via Piave e poi prende la mulattiera di Segolino.
Al Crocifisso, laddove esisteva un piccolo oratorio di cui non resta oggi alcuna traccia, si inizia la recita del Rosario; i pellegrini si inoltrano lungo le strade sterrate, i campi ed i boschi.
… “Padre nostro …”, Ave Maria, piena di grazia…”, “Santa Maria, madre di Dio …”
Che spettacolo: la natura si sta risvegliando ai primi tepori della primavera ed il profumo del terreno e degli alberi nuovamente fronzuti ci investe. Occhieggiano i primi germogli di frumento, i rami degli alberi si sono rivestiti di foglie e di gemme, qua e là siepi di biancospini, piccole ciocche di borragine e poi strigoli, pisciacani, mammole, primule, pervinche …
… “Ave Maria …”, “Santa Maria …”
Al podere La Ciava la processione si ferma. In una nicchia dell’antico casolare un’immagine in terracotta di San Galgano genuflesso dinanzi alla sua spada trasformata in croce, ci attende: recitiamo tre Gloria Patri per i confratelli viventi e tre Requiem aeternam per quelli defunti ed un’altra Requiem aeternam per l’ultimo priore defunto, poi il ritmo del Rosario torna a cullare l’anima:
… “Ave Maria …”, “Santa Maria …”
Non tutti pregano, anzi qualcuno conversa e, a tratti, dà anche fastidio ma in realtà non sarebbe lì con noi se nel suo cuore non amasse il nostro santo: frammenti di conversazione esprimono piccoli o grandi affanni, piccole e grandi gioie, piccoli o grandi desideri; forse anche in essi c’è un misterioso desiderio di affidare tutto al cuore grande e generoso del cavaliere ed eremita sulle cui orme ci siamo messi affinché sia presentata Dio. Ed anche questa è preghiera.
… “Kyrie eleison” … “Christe eleison” …”Sancta Maria”, “ora pro nobis”, “Santa Dei gentitrix”, “ora pro nobis” … “De profundis clamavi ad te Domine …”, “Maria mater gratiae mater misericordiae …” le litanie lauretane concludono il rosario ma non le preghiere.
“Gloriosissimo San Galgano, raro esemplare di penitenza e grand’oggetto di speranza e di conforto per i poveri peccatori …”, è l’antica orazione che chiede al concittadino che è giunto al paradiso di aver pietà delle nostre miserie, di ottenerci la luce per conoscere la volontà di Dio e l’aiuto per eseguirla con prontezza, con fervore e con perseveranza, affinché anche noi possiamo di andare in Paradiso, dove con Galgano, potremo cantare l’infinito amore di Dio.
Dopo la preghiera si chiacchiera, si scherza, si ride: è come se la memoria del nostro concittadino giunto in Paradiso ci consentisse di riscoprire la comune identità e la primavera ridestasse l’amicizia. L’itinerario prosegue: qualche deviazione nel bosco di castagni per evitare di restare impantanati nel fango, ancora qualche tratto di strada sterrata ed ecco il borgo di Palazzetto.
Una breve sosta per un caffè ristoratore, e poi avanti lungo la strada statale.
Si conversa del più e del meno, del pranzo del giorno prima, della salute, del tempo e della vita di san Galgano, del suo dramma umano e spirituale che dall’abisso del peccato lo ha portato alla santità.
L’erta di Montesiepi.
Angiolina è la più anziana del gruppo ma alla bella età di ottantacinque anni riesce a distaccarci di un bel pezzo; è la capofila ed è lei che per prima taglia il traguardo e varca la porta dell’eremo: grazie, Angiolina, per il tuo bell’esempio di attaccamento alle tradizioni della nostra terra e di devozione verso il nostro caro San Galgano.
La cappella è gremita di fedeli, non solo chiusdinesi.
La messa è celebrata dal proposto di Chiusdino, don Vito Nicola Albergo, e da altri sacerdoti, mons. Orazio Ciampoli, arciprete di Montieri, don Vittorio Lorenzetti, parroco della chiesa di San Mamiliano in Valli, a Siena, ma già proposto di Chiusdino (grazie, prop, perché non ci hai dimenticato e ci vuoi ancora bene e soprattutto non hai dimenticato il nostro caro santo!) e don Domenico Poeta, arciprete di Monticiano.
I canti del coro salgono verso i cerchi bianchi e rossi dell’intradosso della cupola di Montesiepi.
“Della Sion beata l’eterna gioia e festa Galgan per te s’appresta la terra ad emular…”, l’inno del nostro san Galgano, una càrola ingenua con espressioni involute tipiche dell’età barocca in cui fu composta e forse non più comprensibili.
“Su rilevato sasso immergi il ferro ignudo, cedé la rupe e il crudo patrio rigor lasciò …”.
L’inno del nostro san Galgano, di cui molti riconoscono la necessità di aggiornarlo ma nessuno ha il cuore di farlo pensando ai tanti, tanti chiusdinesi che hanno cantato con queste stesse parole.
E sento intorno a me come un abbraccio.
Frater |
|
Last Updated on Thursday, 15 September 2011 17:30 |
|